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Categoria: ANTICHITÀ
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Una premessa: ciò che son a proporre col qui presente post altro non è che un riassunto di alcuni documenti in cui ho avuto modo, spinto dalla curiosità, d'imbattermi. È un lavoro che m'è costato un po' di fatica, quello di porre in enfasi le parti salienti di queste interessantissime fonti e di rielaborarle con parole mie, ma penso che ne sia valsa la pena.

Malgrado nell'immaginario collettivo del mondo cattolico sia andata sedimentando l'idea che le ossa dell'apostolo Simon Pietro si trovino a Roma, stando ad un prezioso testo denominato Dominus flevit, scritto a quattro mani dagl'archeologi, nonché sacerdoti cattolici, Bagatti e Milik, emerge un ritratto totalmente differente dalla vulgata tradizionalistica: nei pressi del monastero francescano Dominus flevit, sul monte degli ulivi, in seguito alle attività di scavo condotte dagl'archeologi furon ritrovati degli ossari recanti impresse lettere aramaiche od ebraiche che appuravan la paternità delle ossa in essi contenute.

Ora, se da una parte ciò non si qualifica di per sé come una prova, dall'altra costituisce un tassello d'un quadro indiziario che nella sua interezza delinea una ricostruzione dei fatti attendibile e coerente che porta ad una duplice conclusione: e cioè alla presenza delle reliquie di Simon Pietro in quel di Gerusalemme, da una parte; dall'altra, all'estraneità di questi alla cosiddetta divina urbs, dove non vi mise probabilmente mai piede nell'arco dei suoi 80/82 anni di vita. Lo stesso Eusebio, fra gli storici più istruiti del suo tempo, nonché autore della storia della Chiesa fino all'anno 325 d.c., sostenne che Pietro non era mai stato a Roma.

Di ossari, che son delle urne reliquiarie, ne son stati rinvenuti recanti ciascuno un determinato nome, composto da una o più parole, come quelli di Maria, Marta e Lazzaro; a distanza ravvicinata giaceva un ossario con le seguenti incisioni aramaiche: SIMON BAR JONA; altri si riferivan ad ulteriori cristiani dell'epoca. Stando al professor Yale, direttore della Scuola Americana di Ricerche Orientali a Gerusalemme, quelle tre parole, che tradotte significano "Simone figlio di Giona", non potevan che riferirsi all'apostolo, alla luce del fatto d'esser state scoperte in un sito di sepoltura cristiano del primo secolo. Lo stesso padre Bagatti, co-autore del libro sopra menzionato e stampato presso la stamperia sacerdotale delle piante a Gerusalemme, disse a chiare lettere che credeva che quell'ossario contenesse i resti dell'apostolo. Non solo: ne fece parola con l'allora papa Pio XII, il quale in tutta risposta così gli replicò:" Bene, dovremo apportare dei cambiamenti, ma per il momento continuiamo a tacere questo fatto". Ricordo che Pio XII, all'anagrafe Eugenio Pacelli, era un uomo d'uno spessore culturale notevole, non di certo dedito alla creduloneria spicciola. Sulle indubbie competenze di Bagatti s'espressero accademici del settore, come il dottor Albright dell'università John Hopkins, il quale ne riconosceva la professionalità e la serietà.

Ma se fra taluni una simile notizia era stata accolta come veritiera, fra altri allignava dello scetticismo: è il caso del dottor Nelson Gluek, archeologo e presidente dell'Hebrew Union College di Cincinnati, il quale, pur riconoscendo le qualità di Milik (l'altro autore del libro, per intenderci) considerandolo "studioso di prima categoria nel campo semitico", ebbe a dire di nutrire delle riserve sull'esistenza di prove definitive circa la paternità dell'ossario in questione.

Rilevante importanza, a quel che leggo, rivestiva l'usanza romana di disseppellire le salme a distanza d'una decada per metterne poi le ossa in delle urne (gli ossari, per l'appunto) all'esterno delle quali incidendovi il nome del rispettivo defunto, col fine ultimo di accatastarle ordinatamente in determinate grotte, cimiteri, siti sepolcrali e via discorrendo.

Secondo la Chiesa Cattolica, Pietro fu il primo papa di Roma dal 41 al 66 d.c., e quindi per un periodo di 25 anni. Ciò non collimerebbe affatto con i vangeli, quelli riconosciuti come d'ispirazione divina: egli - si legge - predicò il vangelo per la circoncisione ai giudei nei paesi di Cesarea e Joppa, nella cosiddetta terra promessa; nel 44 d.c. fu gettato nelle carceri di Gerusalemme su ordine di Erode per poi venir liberato da un angelo; dal 46 al 52 d.c. si trovava ancora a Gerusalemme per dar seguito alla sua missione di evangelizzazione. Prese a predicare all'età di 50 anni circa, nel 30 d.c., dopo esser stato scelto come apostolo da Gesù, e morì nel 62 d.c.. Saulo, invece, si convertì nel 34 d.c. divenendo l'apostolo Paolo; a distanza di tre anni salì a Gerusalemme per assistere alle predicazioni di Pietro; nel 51 d.c., a distanza di 14 anni, vi fece ritorno menzionando Pietro nella sua lettera ai galati. Sembra che non scorresse buon sangue fra i due apostoli, tant'è che dopo essersi imbattuti l'un nell'altro ad Antiochia, Paolo gli riservò parole cariche di rimprovero: "Io gli resistetti in faccia perché era da condannare" (Galati 2:11).

Alla ragionevole e critica obiezione secondo cui le iscrizioni sull'ossario potevan riferirsi ad un'altra persona imparentata con l'apostolo, dato che i nomi venivan tramandati di generazione in generazione, si replica che era impossibile si trattasse d'un parente vissuto prima di lui: le salme ed i resti dei primi cristiani venivan posti tutti entro un'area di terreno adibito a sepoltura di chi aderì al ministerio di Gesù di Nazareth. Non è altresì possibile che potesse trattarsi d'un parente vissuto in epoche a lui successive, dato che nel 70 d.c. l'imperatore Tito mise a ferro ed a fuoco Gerusalemme lasciandola desolata. "La storia della Gerusalemme antica giunse ad una conclusione, perché fu lasciata desolata ed i suoi abitanti furono dispersi".

Rendo qui di seguito disponibile le fonti da cui ho attinto le informazioni presenti in questa postilla.

  Download - Tomba di Pietro a Gerusalemme

 

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