PASSATO PROSSIMO

                                                                                                             

Non ha di certo natura contingenziale il fatto che al premio giornalistico Ilaria Alpi usin chiamarsi a raccolta i cosacchi (Giulietto Chiesa, Roberto Scardova, Paolo Bolognesi, ecc...), secondo i quali sarebbe esistito solo un terrorismo di matrice fascista; la Russia sarebbe una tundrica oasi di democrazia vittima della disinformatja a stelle e a strisce; sull'Italia graverebbe un qualche spettro ideologicamente nero (logge massoniche, banche, poteri occulti esercitati da un qualche malvissuto illuminato di cui noialtri risentiremmo dell'influsso venefico) ad ottenebrarla sin dalle prime luci dell'alba repubblicana.

 Prima di sorbirmi i vaneggiamenti etereo-elegiaci del tutto privi di consistenza, nonché qua e là sforati ben oltre le frontiere della grammatica col facile pretesto della licenza poetica esibita a guisa di passaporto, di Aldo Nove, il quale li ha consacrati con un sorso d'alcolico coraggio ed una drogastica fumata di narghilè ad epitaffio commemorativo della giornalista del TG3 cui il premio è dedicato, o, in altri e più succinti termini, prima della discesa nell'ade, cari i miei fortuiti lettori stanchi dei miei ghirigori lessicali, s'è tenuta la presentazione (fortunatamente all'aria aperta per evitarne le esalazioni infernali che poi però in segno di rivalsa per averle evitate m'avrebbero travolto nella sala-congressi in occasione del nevroromanticheggiante monologo di cui ho già spese sin troppe parole) d'un libro intitolato Italicus, scritto a quattro mani da Scardova e Bolognesi ed inerente alla strage, di rivendicazione fascista, del treno Italicus: in un crescendo d'ideologiche stigmatizzazioni, l'esimio Scardova è andato dipingendo un quadro esclusivamente a tinte nere, arrivando addirittura a colpevolizzare la massoneria, propaggine tentacolare - a dir suo - di quel fascismo di cui sostiene saremmo in balìa dal secondo dopoguerra ad oggi, della strage di Bologna (quando la paternità di quell'attentato è di tutt'altra specie: http://www.tempi.it/strage-di-bologna-prove-misteri-e-mandanti-della-pista-palestineseparte-prima#.VB2gAhZmM0g). Ad ascoltarli, pare quasi non vi fosse la benché minima traccia, nella storia italiana, di tutta quell'amplissima parentesi occupata dal terrorismo rosso: nessuna parola sulle brigate rosse. La faziosità imperava sovrana.

Nel 1916, il Belgio assunse il controllo del Rwanda soggiogandolo ad una politica colonialistica basata sullo sfruttamento, adoperandosi affinché i Tutsi avessero la supremazia sugli Hutu, preparando in tal modo - ma nulla può giustificare quello che sarebbe accaduto poi - terreno fertile alle ostilità etniche.

Nel '59, il Belgio cedette le redini di questo minuto staterello alla maggioranza Hutu.
Da lì, Tutsi e Hutu moderati furon bersaglio delle istituzioni estremiste, e tali persecuzioni li indussero a riparar negli Stati limitrofi (si parla di centinaia di migliaia di profughi).

Nell'''88, alcuni di questi rifugiati diedero vita, nell'Uganda, ad un movimento patriottico passato alla storia sotto la denominazione di RPF (Fronte Patriottico Ruandese).

Nel '90, l'RPF si mosse sul piede di guerra contro il regime ruandese degl'Hutu: l'offensiva fu ostacolata dall'intervento del Belgio e la Francia. Ma, fin al '93, fior di guerre andaron susseguendosi, finché le Nazioni Unite non intervennero avanzando un accordo basato sulla spartizione del potere fra le due etnie. Tuttavia, l'imperante estremismo fra gli Hutu precluse il delinearsi d'ogni proposta di pace, perpetrando massacri indiscriminati di Tutsi ed Hutu moderati che avrebbero poi assunto i contorni del genocidio.