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Categoria: EPOCHE SCORSE
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Sebbene quest'oggi si festeggi la nascita della repubblica sulle ceneri della seconda guerra mondiale, decisa con referendum istituzionale nel '46 con votazione a suffragio universale, vorrei squarciar quel velo di disinformazione spicciola adagiatasi sull'Italia risorgimentale. Col ricorrer della festa della repubblica della nostra italica madreterra, furoreggian, sempre più impetuose, fior di rivisitazioni storico-revisionistiche, che trovan terren ferace soprattutto nei secessionisti, tese a gettar discredito sull'impresa dei Mille e, più generalmente, sul risorgimento; concorrendo, in tal maniera, a plasmare il nascente mito che ritrae Garibaldi come un criminale. Con questa postilla mi prefiggo di scardinarne i mendaci assunti. Fra l'altro, a dire dei detrattori dei governi della seconda metà del diciannovesimo secolo, l'Italia sarebbe stata amministrata da uno stuolo di politici criminali, briganti et similia. La realtà dei fatti, con loro buona pace, è un'altra.

Il sogno d'un'Italia non più soggetta ad alcuna dominazione straniera, instillava in tanti il fervore d'unirsi sotto ad una stessa bandiera.

 La ben nota impresa di Garibaldi, la cui eco andò riverberandosi in ogni dove, pose i rudimenti di quella che oggi conosciamo come Italia, affrancando il Regno delle Due Sicilie dal giogo dispotico della monarchia borbonica e consentendo a Cavour di tirar le fila d'una responsabile linea diplomatica e politica pure al sud. Quel che affliggeva maggiormente l'odierno mezzogiorno d'Italia, era il sistema latifondistico, che perpetuava i poderi nelle mani d'una ristretta cerchia di persone: lo stato d'endemica arretratezza e di feroce sfruttamento della manodopera, ne era la diretta conseguenza. Malversazioni dopo malversazioni, venne sedimentando nell'animo degli oppressi un sentimento di rivalsa, che trovò pieno sostegno nelle gesta di quella prode legione operativa assurta agli onori della cronaca sotto il nome di Mille.

L'incontro fra Garibaldi ed il re sabaudo Vittorio Emanuele II, avvenuto nei dintorni di Teano il 26 ottobre 1860, in cui il primo consegnò le redini del Regno delle Due Sicilie al secondo, sancì la nascita simbolica del Regno d'Italia, avvenuta ufficialmente nel 17 marzo dell'anno seguente.

Fatta l'Italia, tuttavia, restava da far gli italiani: ciò si rivelò tutt'altro che semplice.

Per risanare il cospicuo passivo delle casse ereriali ereditato dai vecchi governi antecedenti l'unità d'Italia, e per dotare molte zone del regno di infrastrutture, venne imposto un regime fiscale alquanto gravoso, in quanto colpiva più i consumi dei redditi: fra le tasse più impopolari, figurava quella sul macinato, come il pane, in vigore dal 1869. Inutile dire che ciò valse a sobillare una moltitudine di popolani: in talune regioni del sud, il governo dovette usare il pugno di ferro, impegnando un esercito di quasi 120 mila uomini per arginare il fenomeno del brigantaggio, alimentato anche dagli agenti della monarchia borbonica spodestata da poco.

A cavallo fra il 1875 ed il 1876, furon le inchieste condotte da Pasquale Villari e Sidney Sonnino a squarciar il velo sulle miserevoli condizioni in cui versava il mezzogiorno, fugando in tal modo il sentir comune che ne disegnava un paesaggio economicamente florido e di benessere.

In seguito allo scarso grado di sviluppo economico, dovuto in primis all'assenza di materie prime e di risorse energetiche, l'Italia era un paese che faceva leva sull'agricoltura e su alcune attività manifatturiere, con un reddito nazionale pari a circa un quarto di quello dell'Inghilterra.

L'elevato senso di responsabilità e le capacità governative di cui diedero prova i più autorevoli esponenti del partito moderato, da Ricasoli a Lanza ed a Minghetti, scongirò il pericolo che la nazione prendesse l'abbrivio per la disfatta economica. Sotto Quintino Sella, si raggiunse il sospirato pareggio dei bilanci nel 1876, malgrado lo sviluppo economico del nostro paese vertesse ancora in una condizione di regresso.

Con l'insediarsi al governo della sinistra costituzionale, nel marzo del 1876, facente capo ad Agostino De Pretis, che reclutava il suo séguito fra la borghesia urbana, fu avviato il processo d'industrializzazione, attraverso l'inasprimento dei dazi doganali a favore del settore tessile e di quello siderurgico.

Su proposta del ministro Michele Coppino, fra il 1877 ed il 1882, venne rese obbligatoria e gratuita l'istruzione elementare; fu elevato il minimo d'esenzione fiscale in modo tale da ridurre della metà il numero di contribuenti; fu abolita l'imposta sul macinato; furon avviate opere d'igiene pubblica, in conseguenza dell'epidemia di colera divampata a Napoli.

Nel 1882, venne varato un codice di commercio che conteneva norme tali da favorire gl'investimenti industriali e la creazione di società cooperative; a ciò s'aggiunsere misure di legislazione sociale, con l'istituzione della cassa nazionale d'assicurazione per gl'infortuni sul posto di lavoro (proposta, questa, caldeggiata da Luigi Luzzati). Fu abbassato il limite d'età di voto, da 25 a 21 anni, e fu dimezzata la quota d'imposta necessaria per poter esprimersi alle urne: l'estensione del corpo elettorale passò dal 2 al 7%.

Venuto a mancare De Pretis, nell'agosto del 1887 andò al potere Crispi, che estese il diritto di voto a tutti i cittadini maschi di 21 anni non analfabeti; rese elettiva la carica di sindaco nei comuni con più di 10 mila abitanti. Inoltre, nel 1889, a firma del ministro Zanardelli, fu revisionato il codice di procedura penale, abolendo la pena di morte; attenuando i reati contro la proprietà; sancendo la liceità dello sciopero. Sebbene a ciò fece da contraltare una politica coloniale disastrosa che comportò un ingente sperpero di denaro pubblico e la decimazione delle truppe italiane: l'insediamento dell'Italia nell'Africa orientale trovò in Crispi il suo più fervente promotore; scelta, questa, che lo condusse allo scacco matto, spianando la strada a Giovanni Giolitti.

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